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Pubblichiamo il testo della lettera aperta che Cinzia Mion ha scritto a Renzi e alla Ministra dell'Istruzione

altri ducumenti di Cinzia Mion

“Contenuto fragile: maneggiare con cura”

 

Lettera aperta al premier Renzi e alla ministra Giannini

 

Cinzia Mion

 

Sono una dirigente scolastica in pensione e non riesco più a stare zitta rispetto alla diatriba sulla “buona scuola”, sfuggita di mano secondo me ai sindacati, che hanno scatenato il Movimento- ed ora non riescono più a governarlo per tema di farsi sorpassare dalle frange più estremiste - ma anche sfuggita di mano a voi che vi stavate intestardendo, incalzati dalla frenesia di concludere e mettere una bandierina anche sulla scuola senza più spazi e tempi di ascolto autentico e riflessione attenta. (Ora però spero che ci stiate ripensando).

La scuola è un’istituzione preziosa e delicata, non può essere piegata a degli slogan di moda (es. merito) senza entrare nelle sue viscere e vedere cosa veramente non va più, cosa deve essere profondamente innovato, quali sono gli aspetti di essa fortemente interrelati per cui se ne tocchi uno puoi travolgerne altri, quali invece vanno tenacemente perseguiti a costo di suscitare rimostranze.

Per farla breve, perché non voglio soffermarmi su aspetti che già sono stati abbondantemente affrontati da altri molto meglio di me, intendo con questa mia sottolineare come da parecchio tempo la scuola sia diventata un’istituzione senz’anima.

La passione che la pervadeva negli anni precedenti – dagli anni ’70 fino all’inizio del terzo millennio - si è volatilizzata, tutto è diventato terribilmente monetizzato. Il Fondo d’Istituto ha reso il tempo scuola meschinamente conteggiato fino ad arrivare a rivendicare i 5 minuti di prestazione in più.

Dalla proposta della valutazione dei docenti, miseramente naufragata con il Ministro Berlinguer, passando per la riforma Moratti e poi Gelmini, abbiamo assistito ad un decadimento progressivo, ad una disaffezione diffusa che ha travolto e contaminato moltissimi (troppi) operatori scolastici.

I problemi e le eventuali soluzioni partono da questa consapevolezza : necessità di ridare passione e senso di appartenenza a tutti coloro che abitano questa Istituzione che è la più significativa di un Paese; inoltre necessità di accompagnare adeguatamente l’implementazione dell’innovazione. Una innovazione pregnante e significativa che oggigiorno deve riguardare contenuti e metodi, che tenga presente che a fronte dell’obsolescenza dei contenuti e la facilità di accedere ad Internet ciò che conta è la “comprensione profonda” (non superficiale e meccanica) delle conoscenze tanto da farle diventare competenze che nella vita serviranno a chiarire una situazione o a risolvere un problema. Una innovazione che possa definitivamente confinare al posto marginale che merita la prassi della spiegazione, studio individuale e restituzione della lezione (pensiero riflettente) o l’abilità procedurale per giungere alla risposta esatta (ciò che conta è saper problematizzare) o lo smalto spesso illusorio dell’eccessiva enfasi sulla digitalizzazione se questa aiuta a nascondere l’incapacità della connessione “mentale” offerta invece dal pensiero riflessivo.

E’ per questo motivo che voglio prima di ogni cosa esprimere la mia contrarietà alla proposta di premiare il merito dei docenti ed argomentare intorno a ciò.

Non è premiando i “migliori” che si affronta il male della scuola.

Come dicevo la scuola soffre da tempo di de-motivazione di alunni e docenti. I primi perché trovano scollamento tra la loro realtà esistenziale, i loro interessi e problemi e i contenuti offerti dai docenti - con le loro lezioni frontali trasmissive - i secondi perché sconcertati dal fatto che gli studenti “non li seguono”, e non possiedono strumenti psicopedagogici per far fronte alla gestione della classe a causa della mancata formazione obbligatoria adeguata da troppo tempo.

La motivazione non è un fenomeno che va soltanto denunciato quando è assente - spesso per giustificare la mancanza di efficacia del proprio insegnamento - va anche studiato, osservato, investigato per passare poi all’azione per indurne la ricomparsa.

E’ la molla di tutto l’apprendimento, poggia sulla curiosità e sul desiderio di competenza, come aveva intuito benissimo, il vecchio saggio Bruner, negli anni sessanta. Ora sappiamo che può attivarsi sulla linea della “prestazione” oppure su quella della “padronanza”. La prima può portare alla competitività e al bisogno di primeggiare, che però si esaurisce quando ciò avviene, la seconda invece apre bisogni inesauribili di approfondimento e di comprensione profonda, di interpretazione autentica dei fatti della realtà e del mondo. In altri termini una volta accesa diventa lifelong learning, ed alimenta la famosa educazione permanente di cui parlava in tempi lontani il rapporto Faure, ripresa oggi dalla proposta EUROPA 2020.

La scuola non ha bisogno di competitività, già scatenata tra gli allievi dall’infausta reintroduzione dei voti numerici su scala decimale (regolamento che dovrebbe essere abolito), di sicuro non c’è bisogno che questa sia fomentata anche tra i docenti.

La scuola ha bisogno invece di cooperazione, di operose comunità professionali di docenti all’interno delle quali tutti insegnano e tutti imparano, dove le pratiche vanno deprivatizzate, dove può avvenire un confronto fermentativo, presidio della motivazione alla padronanza, dove vengono esplicitate anche le conoscenze “tacite” che costituiscono una parte importante della pratica professionale, ma dove soprattutto si cresce insieme, sulla sollecitazione degli stimoli della formazione obbligatoria.

Da una “scuola buona” ci si aspetta che all’interno della sua comunità i docenti più motivati contaminino gli altri, che riescano ad invogliare i riottosi verso la partecipazione, a provare il piacere insieme agli altri dell’approfondimento per il miglioramento della qualità della propria formazione professionale: processo autogratificante che non ha bisogno di premi. Sono questi i bravi docenti ma il loro merito è indissociabile dall’intersoggettività nei confronti degli altri.

La scuola oggi ha bisogno allora di condizioni di realizzabilità della comunità professionale dei docenti; per questo motivo necessita di un dirigente leader for learning (l’organizzazione è la conseguenza di questa leadership non la premessa!), di un leader che sappia avviare, sostenere e monitorare un apprendimento trasformativo delle prassi didattico-metodologiche di molti docenti che offrono sempre più una differenza incolmabile tra il loro livello di preparazione teorica, spesso avanzato, e le loro pratiche obsolete e ripetitive: scissione riprodotta anche dal mondo accademico nella loro formazione iniziale.

Ma ha anche bisogno, tra le condizioni di realizzabilità, di tempi più ampi di noninsegnamento per permettere i famosi dialoghi di riflessione all’interno della comunità.

Qui le organizzazioni sindacali sono chiamate ad avere più coraggio e a non temere di perdere iscritti: chi se ne va per questo significa che ha sbagliato mestiere e, secondo me, deve essere aiutato a diventarne consapevole non invece legittimato a costituire con i suoi umori la regolazione delle scelte sindacali.

Ritornando alla figura del dirigente, rispetto al quale non capisco tutta l’acredine dei docenti comparsa negli ultimi mesi, se il suo ruolo è quello di garante del miglioramento della scuola, quindi dell’apprendimento degli alunni ma anche dell’apprendimento dei docenti - adulti già professionalizzati - mi sembra ovvio che molta accortezza deve essere posta al momento del suo reclutamento e poi della sua formazione.

Spero di non vedere più quell’aberrante sistema della prima selezione intorno al criterio della velocità nella ricerca compulsiva della pagina del test, con il risultato poi della risposta, non riflessiva, ma automatizzata da mesi di addestramento al riflessocondizionato!

Raccomando inoltre molta cautela nell’affidare il corso-concorso solo alla scuola di Pubblica Amministrazione perché se da un lato questa garantisce un’ottima formazione giuridico-amministrativa dall’altro lascia completamente scoperta la formazione psicopedagogica.

Allora, per tornare a noi : capisco che voi abbiate bisogno di bravi burocrati, che vi salvino dai eventuali ricorsi, ma “la buona scuola” ha bisogno di bravi dirigenti scolastici che conoscano a fondo i principi fondamentali della psicologia dell’apprendimento, le condizioni imprescindibili della didattica laboratoriale e sappiano “animare” i docenti e una scuola diventata asfittica. Di conseguenza scaturiranno le decisioni organizzative e la gestione delle risorse personali ed economiche.

Confidando nel fatto che saprete senz’altro aggiustare il tiro, come da più parti vi viene richiesto, vi auguro “Buon lavoro!”